"Abbiamo paura di perdere consenso. E io dunque propongo: perdiamolo. Cosa ci guadagniamo a mantenerlo? Quanto ci costa in sofferenza e finzione mantenere l'approvazione degli altri? E quanto vale il consenso, se ci obbliga a fingere di essere chi non siamo?" (Lorella Zanardo, "Il corpo delle donne")

giovedì 6 ottobre 2011

Una sonda.

Tra i miei vizi, c'è quello di andare a spulciare tra i commenti agli articoli nelle pagine di vari quotidiani.

So già cosa aspettarmi dal "Giornale", spesso mi stupisce quello che trovo sul "Corriere", ma i commenti più spiazzanti (perciò interessanti) stanno sul "Fatto". Il quotidiano si professa liberale, legalitario, progressista, anti-razzista, contrario alle discriminazioni, insomma.
Il lettore medio di quest'ultimo quasi sempre si riconosce in questi valori, e prova un sincero schifo (e un senso di superiorità morale) nei confronti della piccineria, del razzismo, della disonestà che ritiene di trovare nell'elettore medio del centrodestra.

I commenti che si possono trovare ad articoli che illustrano le ultime mosse di B., la riforma della giustizia, i razzismi della Lega, le riforme sul mercato del lavoro, o similia, sono tutti nobilmente indignati, profondamente disgustati, rassegnati, arrabbiati.

Ogni tanto però compare qualche articolo sulla condizione femminile o sul femminismo (questa settimana un articolo sulla necessità di professarsi femministe).

Ecco, a quel punto avviene una mutazione. Anche su giornali progressisti, moderni, etc., si scatenano commenti imbarazzanti.
Per carità, la libertà di opinione e di espressione della medesima è sacra, semplicemente mi stupisco che idee di questo tipo siano diffuse in certi ambienti.
Commenti del genere sarebbero perfetti su Libero, mi verrebbe da pensare, i toni sono propri della Padania e le argomentazioni ricordano la finezza e l'acume dei lettori del Giornale.

Riassumo brevemente le posizioni: il femminismo è un movimento estremista che tanti danni ha causato (varianti: ha ucciso la femminilità e indebolito la virilità) e che è stato seppellito dalla storia; le donne adesso godono di tantissimi privilegi (quello di rovinare la vita al prossimo con un'accusa infondata di stupro, per esempio), e pochissimi diritti; il diritto di famiglia è scandalosamente sbilanciato a favore delle donne: di conseguenza, il marito vive sotto il costante potere di ricatto della moglie; non è vero che esistono differenze nelle retribuzioni, nell'acquisizione di ruoli di potere, nelle possibilità di carriera: anzi, se ciò è vero è per pura meritocrazia; di più, in realtà le donne hanno occupato il settore dell'insegnamento, della medicina, etc.; le donne invocano la parità o la differenza di genere seguendo la convenienza.

Volendo si può trovare di meglio, per esempio chi "contestualizza" l'uccisione della compagna perché l'autore sarebbe "provocato dalla gelosia", spesso tirando in ballo anche la maggiore aggressività naturale dell'uomo dovuta al testosterone.

Non è mia intenzione ribattere a questi commenti. Mi interessa invece notare come le questioni di genere (e anche quelle relative agli orientamenti e alle identità sessuali) siano argomenti molto delicati e forse rivelatori: andando a stuzzicare lì, salta fuori tutta la (presunta) liberalità e modernità delle persone.

Io vorrei che questa gente si leggesse, e si confrontasse, per esempio, con le bordate leghiste contro gli immigrati, le esternazioni di Brunetta contro gli statali e i precari, etc..
Dove sta la differenza? Come dicevo, ci trovo le stesse argomentazioni apodittiche, la stessa paura del diverso, il terrore di perdere dei privilegi. Lo stesso negare che ci sia una disparità di condizioni.(*)

Ma perché questo? Perché le stesse persone che hanno raggiunto un atteggiamento liberale e attento nei confronti delle minoranze etniche e religiose, che sanno essere così rispettose delle altre culture, si trasformano in beceri sessisti?

Non ho risposta. L'unica idea che mi viene in mente è che alla fine ciascuno di noi è attaccato ad ogni briciola di potere che gli viene concessa; queste persone probabilmente non hanno nulla da temere da immigrati/rom/giudici comunisti/***, ma hanno qualcosa da perdere nel momento in cui si azzerassero le discriminazioni di genere.

Non c'entra molto, ma quando leggo questi commenti mi vengono in mente le riflessioni di Wu Ming1 e Wu Ming2 sul microfascismo presente in ciascuno di noi. Ecco, credo che le questioni di genere risultino un'ottima sonda per rivelare il microfascismo di alcune persone dall'apparenza (e dalla sostanza, anche) più democratica.



(*) per smascherare i discorsi sessisti, propongo di sostituire a "donne" immigrati/stranieri/rom/omosessuali/ebrei (o qualsiasi categoria avvezza alle discriminazioni): di solito il risultato è molto istruttivo.

1 commento:

  1. Condivido tutto...e cerco sempre di farlo notare alle amiche di sinistra che leggono Il Fatto e che non sono attente sulle questioni di genere, e non si rendono conto di questa cosa.

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