"Abbiamo paura di perdere consenso. E io dunque propongo: perdiamolo. Cosa ci guadagniamo a mantenerlo? Quanto ci costa in sofferenza e finzione mantenere l'approvazione degli altri? E quanto vale il consenso, se ci obbliga a fingere di essere chi non siamo?" (Lorella Zanardo, "Il corpo delle donne")

martedì 15 novembre 2011

Di tacchi e di guêpière.

Sull'eco alcuni articoli apparsi sui giornali, alcune riflessioni su Femminismo a Sud, la scorsa settimana si è discusso sull'importanza della cura della propria presenza.
Ne hanno già parlato in maniera impeccabile Femminismo a sud, Lorella Zanardo e Loredana Lipperini, giungendo, magari con toni differenti, a rivendicare la stessa libertà di apparire come si vuole, senza che il giudizio sulla cura e sull'estetica della persona diventi un giudizio globale.

L'intervento che ho preferito è quello in cui Lorella Zanardo rivendica di poter esibire eleganza e stile senza per questo essere giudicata frivola o non abbastanza femminista: un vero inno alla libertà e al diritto di essere valutate per i contenuti e non per le forme. Cosa che, sottolinea Loredana Lipperini, era uno dei diritti per cui si battevano le femministe.
Trovo questa parte divertente perché a me è successa la stessa cosa: mentre al liceo, circondata da compagne modaiole, venivo derisa per la mia sciatteria, all'università, in una facoltà a prevalenza maschile, il mio minimo impegno (che non andava troppo oltre un filo di ombretto tutti i giorni) veniva considerato quasi un eccesso.

Zauberei secondo me invece affronta l'aspetto più delicato dell'intera faccenda, cioè il legame tra la cura del proprio aspetto e il desiderio di piacere e sedurre, e come questo si può conciliare con il desiderio di essere giudicata per la sostanza. Sostengo che sia un punto spinoso, delicato e difficile perché si tratta di un desiderio personale che per alcune interpreti intransigenti del femminismo e per alcuni maschilisti - siano essi in cattiva fede o animati da sincera ingenuità - risulta in contrasto con il femminismo spesso, con l'aspirazione alla parità, con il desiderio di essere giudicate per qualità diverse dall'aspetto.

Non credo di dire niente di straordinario quando affermo che tutti desiderano piacere, sedurre, essere affascinanti - maschi come femmine, del resto - e che, come nota Zauberei, il fascino passa anche attraverso il corpo.
A noi matematici piacerebbe poter stabilire con certezza un valore critico di civetteria permessa alle femministe, oltrepassato il quale esse diventano irrimedibilmente delle donne frivole; ovviamente, purtroppo non c'è. E non va bene parlare di "limite dettato dal buon senso", perché il buon senso è figlio del tempo e della consuetudine, e soprattutto è un tappeto sotto cui nascondere il problema.

Credo che il limite sia dato dalla consapevolezza dei propri bisogni e insieme del proprio diritto di essere considerata una persona. In altre parole, il problema si crea quando si fa dell'aspetto un valore assoluto.
Ho detto che mi truccavo ogni mattina prima di andare in università: questo non aveva niente a che fare con l'orgogliosa rivendicazione di avere un proprio stile descritta da Lorella Zanardo; mi truccavo perché senza trucco non mi sentivo sufficientemente bella per affrontare il mondo, anche se in quel periodo le mie difficoltà erano più che altro delle formule, ma in qualche modo percepivo che, in quanto donna, mi si chiedeva (anzi, esigeva) quasi solo di essere bella (che dire, ero fortunata che già il trucco fosse qualcosa di straordinario in quel dipartimento!). Un'amica mi ha confidato una volta di truccarsi quotidianamente per lo stesso motivo, aggiungendo di vergognarsi per la sua debolezza.

Accanto a chi si cura eccessivamente per superficialità, c'è chi lo fa per insicurezza: la liberazione (dalle mode, dalle insicurezze, dalle frivolezze) avviene quando ci si concede il diritto alla disobbedienza dai canoni e ci si riconosce come ultimi giudici del proprio aspetto.

Tuttavia, è necessario anche riconoscere che il desiderio di piacere anche agli altri è legittimo, legato all'amore per sé stessa, quindi senza dubbio positivo, e bisogna ammettere senza vergogna questo bisogno; però avere anche ben chiaro in testa che non per questo siamo ben fiere di essere continuamente sottoposte al giudizio estetico altrui, stigmatizzate se non rispettiamo i canoni:
ci sarà sempre infatti qualcuno che ci dirà - per offenderci, per farci cadere in contraddizione, per metterci in difficoltà - che non abbiamo un'attività sessuale abbastanza attiva, che nessuno ci vorrebbe spogliare, che siamo più bella che intelligente, oppure, se partecipiamo ad una slut walk, che forse non ci potremmo permettere quell'abbigliamento e che quindi partecipare alla slut walk è anche un atto esibizionista e liberatorio. In quel momento, bisogna avere la prontezza di ribattere che sì, potrebbe anche darsi, va bene, ci piace sedurre, ma in questo momento non si sta parlando di questo. In questo momento il nostro legittimo desiderio di piacere non è in discussione, si sta parlando di politica, di violenza sulle donne, di lavoro, di altro.


Scrive Zauberei: "Il problema nostro è l’egemonia di una singolarità estetica, non il problema dell’estetica. Quando sorge il problema dell’estetica allora quello è personale e non culturale.", e non posso che essere d'accordo.

Aggiungerei però, in linea con gli interventi di questi giorni, che un altro problema è che le donne debbano sempre aver a che fare con l'estetica, anche quando stanno progettando un reattore nucleare o facendo la spesa. Ma mi sa su questo le femministe non hanno dubbi.

domenica 6 novembre 2011

Un assente.

Guardo il video dell'"aspirante meteorina", e vengo a sapere che Berlusconi spacciava anellini colorati per anelli di Tiffany; che raccontava barzellette di dubbio gusto (a cui gli astanti dovevano ridere); che si faceva portare una grande statuetta raffigurante un pene affinché le ragazze si (lo?) sollazzassero; ho già sentito parlare del crocifisso nella scollatura della Minetti, delle ragazze vestite da infermiera, delle farfalline prodotte in serie e distribuite alle presenti; penso alle canzoni di Apicella, al lettone di Putin, alle ragazze costrette a guardare i video del Presidente del Consigliop; sento Terry de Nicolò definire il Presidente del Consiglio un "esteta", che apprezza le mise curate e costose delle donne che partecipano ai suoi ritrovi.

E noto che nel regno dell'apparenza e dell'ostentazione c'è un grande assente: la Bellezza.