"Abbiamo paura di perdere consenso. E io dunque propongo: perdiamolo. Cosa ci guadagniamo a mantenerlo? Quanto ci costa in sofferenza e finzione mantenere l'approvazione degli altri? E quanto vale il consenso, se ci obbliga a fingere di essere chi non siamo?" (Lorella Zanardo, "Il corpo delle donne")

lunedì 9 gennaio 2012

Piccolo sfogo sulla "dolce vita".

Piccolo episodio della vita di un'emigrata, anche se per me restare in EU non significa emigrare.

Trovo in autobus un collega, di origine italiana. Dopo qualche scambio di battute, comincia con il solito elogio dell'Italia, della bellezza italiana, della cultura, della cucina, della qualità della vita, del calore della gente, e via di seguito.

Ho provato a replicare. Stanca, esprimendomi in francese, e cercando di fare un discorso che fosse sintetico ed esaustivo, tentando di non accennare al forte maschilismo della società italiana, sono riuscita a parlare dell'immobilità italiana, dell'aria di vecchiume che si respira quando si rientra - a Firenze, a Roma, a Treviso.

"Eh, ma il passato è importante. A volte può essere un peso...". No, avrei voluto rispondergli che non è un peso. Ho fatto l'esempio di Parigi, dove i monumenti storici non impediscono che vengano costruiti edifici moderni (la Grande Arche, il Centre Pompidour, la nuova Bibliothèque Nationale de France), che riescono ad inserirsi ed armonizzare perfettamente con la città.

In Italia il paesaggio è naturalmente stupendo, e ciò, unito ad un passato glorioso, rende l'Italia un posto unico, di grande bellezza e fascino; ma questo non può essere utilizzato come scusante per non fare niente di nuovo.
Venezia è uno scandalo, un orrore fasulllo. I fiorentini descrivono la loro città come "capitale dell'arte": ma gliel'ha spiegato, qualcuno, che Firenze non dice niente di nuovo da 450 anni? Gli italiani lo sanno che i giovani artisti, che lasciata ormai Parigi, si sono diretti tutti a Berlino? Quanti giovani artisti ci sono a Roma?
L'Italia è un museo. Una Disneyland del passato, dell'arte, del gusto, ma dove tutto è ripetersi artificioso.

Ma non l'ho convinto.

Il discorso poi è scivolato su Berlusconi. Il mio collega guarda Rete4 (va be', ma allora se le va a cercare). Per quanto schifato dal TG4, tuttavia afferma di ben comprendere gli show di Mediaset; non lo stupiscono, in fondo "ci è abituato da quando era bambino".
Be', non stupisce neanche me: chiaro che se sei abituato ad uno spettacolo, per quanto possa essere di basso livello, dopo un po' non ti colpisce più.

Però ero contenta, perché il suo riferimento alle televisione italiana mi ha reso più chiaro il concetto che volevo esprimere: insomma, si parlava di Michelangelo, no? della bellezza dell'italia, del gusto sublime e del vivere bene. La risposta italiana a questa bellezza è la televisione italiana. In mezzo a questi tesori, l'italiano medio preferisce il Bagaglino, la comicità scadente e greve di certi spettacoli, i cinepanettoni.
Questo passato, che avrebbe dovuto educare il gusto, invece non ha alcun effetto.

Io detesto quando gli italiani dicono "noi abbiamo fatto, noi abbiamo scritto". Sinceramente, qualcun altro, morto da decenni, secoli, ha scritto, ideato, costruito qualcosa di eterno. Noi non c'entriamo nulla.
Il fatto che l'italiano odierno non abbia NULLA a che fare con il suo antenato, se non il fatto di condividerne accidentalmente il suolo calpestato (quando non cerca di rovinarne il lavoro, guarda lo scempio del paesaggio, per esempio), è dimostrato dalla sua totale impermeabilità all'arte prodotta nel passato.

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