"Abbiamo paura di perdere consenso. E io dunque propongo: perdiamolo. Cosa ci guadagniamo a mantenerlo? Quanto ci costa in sofferenza e finzione mantenere l'approvazione degli altri? E quanto vale il consenso, se ci obbliga a fingere di essere chi non siamo?" (Lorella Zanardo, "Il corpo delle donne")

domenica 25 settembre 2016

My Mad Fat Diary

"Avrei voluto che questa serie uscisse 15 anni fa, quando di anni ne avevo 13. Adesso è tardi per prendere spunto, ispirazione, posso solo elogiarla, trarre conclusioni a posteriori."

"My Mad Fat Diary, c’est une série qu’il FAUT regarder. J’aurais vraiment aimé qu’elle existe quand, il y a 15 ans, j’étais moi aussi une Rae. Aujourd’hui, la visionner c’est presque un peu thérapeutique pour moi. Je pense sincèrement qu’en plus d’être divertissante, elle peut aider d’autres personnes."

"J’ai beau chercher, je ne trouve rien à critiquer dans cette fiction, tant tout y est d’une justesse inégalée."

"Il est des œuvres qui vous mettent une sacrée claque. Je le sais, ça m’arrive souvent de le dire, un peu trop peut-être. Et puis, il y a des œuvres qui vous bouleversent, qui vous coupent le souffle,vous ouvrent les yeux. Un peu comme un coup de poing dans le ventre. My mad fat diary est de celles-là. [...] Les ados, tels qu’ils sont réellement, pas tels que fantasmés par des adultes noyés dans leur nostalgie. L’adolescence qui pique un peu, qui fait mal, avec quand même son lot de surprises et de fous-rires. "



Ho incrociato per caso questa serie in una serata di agosto, il giorno prima di partire per le ferie. Avevo appena finito di guardare un film alla televisione - era già seconda serata, quindi - e ho girato distrattamente i canali mentre continuavo - credo - a intrattenere chat al telefono.

Quindi il primo episodio in assoluto che ho visto è stato il terzo della prima serie; quello in cui Rae cerca disperatamente di "femminilizzarsi", in quanto non è "girly". Siccome la televisione francese ha questa strana abitudine di trasmettere un'intera serie o miniserie in una serata - e quella volta era il caso - sono rimasta incollata fino alle due di notte, fino alla fine della prima serie, mentre il computer scaricava i primi due episodi (per il viaggio in treno dell'indomani). Dopo pochi giorni ho ordinato le serie intere su internet. E adesso mi sono imposta di guardare ogni episodio due volte, per assaporarlo meglio e per posticipare il momento in cui avrò terminato tutti gli episodi - e mi sentirò un po' orfana.

Un breve riassunto della trama già lascia intendere che non è una serie come le tante serie sull'adolescenza a cui la mia generazione è stata abituata: essa ruota attorno a Rae, adolescente obesa appena uscita da un ricovero in ospedale psichiatrico che ha seguito un tentativo di suicidio, e al nuovo gruppo di amici dai quali cerca di farsi accettare.

Gli argomenti forti e disturbanti - l'automutilazione, il disagio psichico, i problemi alimentari, la solitudine, forse degli attacchi di panico, e una mancanza abissale di autostima - irrompono immediatamente, e si mescolano con le preoccupazioni "leggere" dell'adolescenza - sesso, essenzialmente, ma anche amicizia -, descritte, però, con il senso di gravità e importanza capitale con le quali vengono vissute. La fattura è perfetta: se dovessi usare due aggettivi per descrivere la serie, direi drammatica e scanzonata; si alternano momenti esilaranti (essenzialmente le fantasie erotiche di Rae, ma non solo) a situazioni drammatiche e profonde. Il ritmo è incalzante, la storia semplice ma interessante, la mimica facciale di Rae perfetta, l'idea di sovrapporre i commenti scritti della protagonista alle immagini del telefilm originale e ben riuscita. La ricostruzione degli anni '90 è molto curata, Finn porta le camicie di flanella alla Kurt Cobain annodate alla vita come facevano i miei compagni di classe, Rae si veste in maniera unisex esattamente come facevo io, la colonna sonora è un'antologia di BritPop e, siccome Rae se ne intendeva di musica, è anche molto piacevole (nella versione sottotitolata, vengono riportati i titoli delle canzoni trasmesse, e, talvolta, pure i testi).

Quello però che credo abbia generato la valanga di commenti entusiasti (tra cui quelli che ho riportato qui sopra), che essenzialmente dicono la stessa cosa - "io sono Rae", "ah come avrei voluto vedere questa serie quando Rae ero io!" - è l'estrema justesse (qualità di ciò che è giusto, conveniente, appropriato, tale come dovrebbe essere) con cui viene descritto il mondo adolescenziale di una "adolescente fuori norma", come la felice traduzione della serie francese.

C'è una scena, nella seconda serie, in cui Rae lascia Finn - le motivazioni possono essere interpretate come molteplici: non riesce a spogliarsi davanti a lui, non riesce a credere che lui, "un 11, io valgo un 4", possa uscire con lei, o non riesce ad accettare gli sguardi increduli dei compagni di scuola di fronte ad una coppia così, apparentemente, male assortita - e, tornando verso casa, si imbatte in un enorme cartellone pubblicitario di biancheria intima (qualcosa a cui noi italiane siamo ben abituate). Rae prende una tanica di benzina e dà fuoco al cartellone; o meglio, immagina di farlo. In quella scena c'è un condensato delle frustrazioni che un'adolescente vive - quando le pressioni sul corpo della donna sono fortissime, come sempre, ma la propria personalità è ancora in costruzione, e la sicurezza di sé è sempre vacillante -, c'è la rappresentazione esatta del desiderio di ribellione soffocato di tutti coloro che si sono trovati un po' fuori dagli stereotipi correnti, e oscillano tra la mortificazione delle proprie propensioni personali - per aderire all'immaginario comune - e il desiderio, semplicemente, di essere accettati per quelloche sono.

Altre scene pregnanti sono i dialoghi - concitati, rabbiosi e dolorosi - tra Rae e lo psichiatra, che scava nel disagio di Rae, mette in scacco le false rappresentazioni che lei ha di sé stessa, le propone un altro punto di vista - mentre Rae piange, come piangerebbe chiunque si trova dilaniato tra degli schemi ben noti - che reiterano una corsa verso la patologia, ma sono rassicuranti e abitudinarî - e la via della salvezza, sconosciuta, faticosa e angosciante.



La prima serie, come direbbe Rae, è fucking brilliant: sopra le righe, brillante, estremamente divertente, su un plot che resta comunque drammatico.

La seconda serie è più cupa, introspettiva, esplora le contraddizioni e la complessità delle relazioni e delle personalità - nel sesto episodio viene assunto il punto di vista di Chloe, l'amica bella di Rae, mostrando che l'insicurezza e la frustrazione sono una condizione comune agli adolescenti. Mancano le scene divertenti della prima serie e si moltiplicano gli episodi angoscianti - raccontati con un'esattezza sorprendente.
"Like Liam says, you can't change your behaviour: we walk the same old paths, the same old divots, the same old furrows; and my paths are concreted over; my furrows are as deep as Grand Canyon. And a girl like me...well, she's got to take whatever she can get".

La prima serie risale al 2013 - o giù di lì. Non è mai stata tradotta in italiano; e mi chiedo se non sia un caso: la rappresentazione italiana dell'adolescenza è colonizzata dall'immaginario di adulti maturi - penso, per esempio, a "notte prima degli esami", alle trasmissioni sugli esami di maturità in cui vecchi carampani che si definiscono "ragazzi" saturano lo spazio parlando grottescamente della loro esperienza - che raccontano un'adolescenza fresca, spumeggiante e edulcorata, alla quale forse aspirano ancora. Una rappresentazione così problematica e complessa dell'adolescenza - assestando un colpo questo immaginario corrotto - potrebbe restituire l'adolescenza ai ragazzi veri.

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