"Abbiamo paura di perdere consenso. E io dunque propongo: perdiamolo. Cosa ci guadagniamo a mantenerlo? Quanto ci costa in sofferenza e finzione mantenere l'approvazione degli altri? E quanto vale il consenso, se ci obbliga a fingere di essere chi non siamo?" (Lorella Zanardo, "Il corpo delle donne")

mercoledì 23 novembre 2016

Leggete Kobane Calling



Dopo aver letto Kobane Calling, ho avuto due reazioni: la prima che il confederalismo democratico, come viene descritto nel fumetto, assomiglia moltissimo a quel tipo di società che vorrei avere qui, che viene considerata utopistica, quindi irrealizzabile, nemmeno pensabile; la seconda, che Zerocalcare è veramente una brava persona
e che sarebbe il tipo con cui mi piacerebbe passare una nottata a bere una birra, discutendo su quanto ha visto e di come sarebbe possibile cercare di "portare un po' di quel metodo a casa nostra".

Leggete Kobane Calling; non ho altro da dire.
Un assaggio qui


Oh, ci sarebbe altro da dire. Per esempio, apprezzo moltissimo lo stile umile e privo di certezze di Zerocalcare, che si interroga e mette in discussione i suoi pensieri, le sue reazioni, le storie che racconta; in una parola, che affronta la
complessità della questione senza facilitarsi mai il compito, nemmeno quando sarebbe facile e romantico sposare una causa. Mi ricorda - se posso dirlo - la Fallaci di "Niente e così sia". 

Amo molto anche questo passo (pag. 217): "La formazione è tutto. 
Tutto il resto viene dopo. Ognuno qui deve imparare prima di tutto a uccidere il maschio dominante dentro sé e negli altri, uomini e donne. 
Interrogarsi sui generi, mettere in discussione i rapporti secolari tra maschi e femmine...è la base della rivoluzione. "


Ma la sostanza resta: "Qui stanno facendo una cosa che in questo momento per me è tipo un faro per l'umanità.
Che va aiutata, difesa, sostenuta.
Perché se perdono loro, perdono tutti."   

lunedì 7 novembre 2016

Donne in ricerca

Su change.org si raccolgono firme per la petizione Donne nel mondo accademico italiano.

La petizione nasce dal desiderio di raddrizzare una stortura (secondo le promulgatrici della petizione, secondo le firmatarie, e anche secondo me) del sistema accademico italiano (ma potremmo dire mondiale? o comunque diffusa - in diversa misura - in gran parte del mondo universitario occidentale), cioè la "scarsa rappresentatività delle donne nel mondo della ricerca scientifica e le loro difficoltà nell'accedere ai più alti ruoli in ambito accademico".
La petizione si articola in cinque proposte differenti. Le prime due chiedono, essenzialmente, agevolazioni - sotto forma di finanziamenti, o negazione degli stessi - per le università e gli enti di ricerca che attuano una politica di uguaglianza di genere nelle assunzioni, e per i convegni che presentano una quota minima di donne tra le oratrici.
La quinta proposta risponde ad un problema reale -  una regola maldestra e superficiale che impedisce a parenti diretti di essere assunti nello stesso ateneo; questa regola dovrebbe in teoria evitare certi abusi, ma finisce per ritorcersi contro famiglie in cui entrambi i coniugi sono ricercatori. Anche se non viene richiesto esplicitamente, viene fatto notare che in altri paesi europei "spesso i Dipartimenti stessi propongono l'assunzione di entrambi i coniugi", e caldeggiata una politica di questo tipo.

Non ho firmato la petizione, per quanto il problema mi riguardi da molto vicino. La quinta richiesta mi pare condivisibile, ma la prima e la seconda mi trovano fortemente contraria.

Il problema delle discriminazioni positive, delle "quote rosa", della preferenza data - a parità di merito - a donne e minoranze (buffo, buffo e significativo che le donne siano sempre affiancate alle minoranze), è delicato, e io non riesco ancora ad avere un'opinione precisa su questo punto.

Il dato è incontrovertibile: ci sono meno donne in ricerca, soprattutto nelle posizioni più prestigiose, e soprattutto in alcune discipline. La causa di questo, però, non è univocamente determinata; c'è chi sostiene ci siano delle discriminazioni, c'è chi parla - purtroppo ce ne sono - di propensioni individuali che renderebbero meno interessate, le donne, alla scienza (in particolare le scienze dure), c'è chi pensa che le donne non siano (o non debbano essere!) sufficientemente ambiziose per dedicare alla carriera il tempo indubbiamente necessario per arrivare ad alti livelli, c'è chi ritiene che gli impegni familiari siano troppo gravosi, e immagino che ci siano anche altre ipotesi.

Le proposte 1) e 2) sarebbero un'ottima risposta se fossimo sicuri che una ostinata e puntuale discriminazione - nei concorsi pubblici, nei premi di ricerca, nei finanziamenti di progetti - verso le donne sia la causa principale di questo "gender gap"; in tal caso, è ovvio, si puniscono i discriminatori e si ristabilisce l'ordine.

Io non condivido però questa certezza.
Posso parlare della mia esperienza (diretta e indiretta), nella quale non ho mai avuto l'impressione di essere discriminata perché donna; posso però affermare con sicurezza che:
- nella mia esperienza, ho conosciuto tante coppie in cui lei ha seguito lui in giro per vari post-doc, alternando lavoretti a periodi di disoccupazione, ad ogni nuovo trasloco; nel caso sia lei la ricercatrice, o siano entrambi nella ricerca, se lei voleva fare carriera, ad un certo punto è subentrata la separazione fisica della coppia, che si riunisce nei fine settimana; chiaramente, di figli, neanche parlarne.
- sempre nella mia esperienza, è vero che il carico di lavori domestici e di cura è pesantemente sbilanciato verso la donna, che non può permettersi - sempre
che lo voglia - gli orari, le trasferte e la disponibilità richieste da un lavoro di ricerca ad alto livello.
- spesso gli ambienti che ho frequentato erano pesantemente machisti; un giorno ti fanno la battuta "le donne non dovrebbero studiare", un altro parlano di una collega non meritevole chiedendosi "con chi è andata a letto per avere quel posto", a volte queste considerazioni hanno meno la sfumatura di battuta; adesso si comincia a parlare(non solo in ambienti accademici, anzi) di "discriminazione maschile", sottintendendo che le donne siano molto agevolate da queste discriminazioni positive.

Ho riassunto, anche perché trovo poco utile fare un elenco di prove ed indizi a sostegno della mia tesi; ad ogni modo, la mia opinione è che la principale causa di questo gender gap sia l'idea che la donna abbia delle "predisposizioni naturali" che la portino ad essere:
- naturalmente incline ai ruoli di cura e domestici - meno propensa alla carriera
- meno interessata ed abile nelle scienze astratte.
Questa idea ha le ricadute pratiche che ho evidenziato sopra (maggiore investimento delle donne nei compiti domestici, minore adattabilità della coppia nei confronti dei cambiamenti richiesti dalla carriera di lei), ed esercita quelle pressioni che generano una sorta di "autocensura" che - secondo me-  tanta parte ha nel problema.
Il problema potrà essere risolto - e mi pare ovvio che la soluzione non sia il 50-50, ma semplicemente un equilibrio per cui non ci siano penalizzazioni dovute al genere - solo con un cambio di mentalità - mi pare chiaro. Siccome però un lavoro culturale richiede tempo, viene ostacolato, e non ha effetti sicuri, a si creano regole che creino il risultato desiderato prima che la mentalità comune vi si adegui - favorendo tra l'altro questo processo.
(Bisogna riconoscere alla petizione di cui parlo sopra che i punti 3) e 4) toccano questo tasto; per esempio, al punto 4) "In particolare, si propone  che nella ripartizione dei fondi di funzionamento una quota premiale sia riservata agli atenei che stipulano convenzioni con asili nido e scuole dell’infanzia." - che mi pare ottimo).

Tuttavia secondo me - a fianco all'educazione di genere, come ho detto sopra è il cambio di mentalità lo scopo - il vero provvedimento che potrebbe cambiare le cose è il congedo di paternità obbligatorio.

Apriti cielo, lo so. Tito Boeri propone di rendere obbligatori 15 giorni di congedo parentale per il padre, e i cattolici - che secondo me hanno capito cosa c'è in gioco - insorgono. Ma non solo: anche tra miei laicissimi colleghi ho percepito delle resistenze forti, in quanto "sarebbe un'intrusione nella vita della coppia".
Un'intrusione nelle nostre vite sono anche le ferie obbligatorie; i permessi obbligatori; i mesi di congedo per gravidanza; ma sono stati resi obbligatori perché
altrimenti potrebbero essere negati o usati come arma di ricatto al dipendente.

Un congedo familiare facoltativo può essere fortemente disincentivato e punito in azienda (e anche in un ente pubblico), cosicché - ancora una volta - la coppia possa decidere di sacrificare una sola carriera.




Io non ho ancora firmato la petizione, per i motivi che ho scritto - ma la proposta è seria, e ritengo giusto diffonderla